Chiesa di Santa Maria la nuova (Madrice)

Dedicata alla Natività della Madre di Dio, intitolata ai Santi Antonio e Vincenzo, il cui impianto originario risale al XV secolo, distrutta dai Franco-Turchi nel 1553 e ricostruita tra il XVII ed XVIII secolo, è considerata un capolavoro per quanto essa contiene. Nel XVIII secolo fu fondata la Collegiata, al cui impegno si devono vari interventi, artisticamente validi, nella chiesa fino al secolo scorso. L’impianto basilicale a tre navate, di grandi dimensioni, rende la chiesa monumentale, degna dell’appellativo di Chiesa Madre, e gli stili rinascimentale e barocco si fondono sino a formare un’unica espressione artistica che stupisce anche il visitatore più profano. Il SS.mo Crocifisso nero, in legno e mistura, di Jacopo e Paolo de Li Matinati (1469), molto venerato dal popolo licatese e ritenuto miracoloso, appartiene alla primitiva chiesa del XV secolo e ne ricorda la distruzione del 1553. Esso pendeva dall’arco trionfale della chiesa quando, frecciato dai Turchi con l’intento di bruciarlo, fu risparmiato dall’incendio subìto dall’edificio. Il colore nero del Crocifisso risponde esclusivamente ad esigenze legate a riti esoterici praticati all’epoca e riservati ai soli iniziati. Durante la ricostruzione della chiesa si decise di custodire il SS.mo Crocifisso nero in una cappella a parte, prevedendo lavori in cui l’arte doveva sintetizzare la tradizione cristiana del popolo e manifestare la sua fede, sublimando l’evento storico, seguìto da un episodio miracoloso da ricordare in perpetuo. La costruzione della cappella in legno intagliato ed intarsiato, ricoperto d’oro zecchino, iniziata nel 1635 e terminata nel 1705, fu affidata a valenti artisti come Giuseppe Di Bernardo, Angelo Spina ed Angelo Italia. Le colonne tortili, di influsso berniniano, ed altri elementi decorativi caratterizzano l’impianto dell’altare, la cui edicola accoglie il SS.mo Crocifisso nero. Nelle nicchie trovano posto eleganti simulacri lignei, tra cui l’Addolorata, la Maddalena e San Giovanni. Una cupola arabizzante traforata, sormontata da una conchiglia, completa l’apparato scenico che propone l’evento salvifico del Calvario. Un cancello in ferro battuto divide l’altare dal resto della cappella, al cui ingresso si trovano due balconate, di cui una con funzione di coro. Il tetto a cassettoni è unico nel suo genere. Sulle pareti laterali, sotto la trabeazione, tra le paraste, sono dipinti Angeli con i simboli della Passione di Cristo, il cui effetto marmo richiama le opere serpottiane, e scene delle anime del Purgatorio. Degne di nota sono le tele dei Profeti di Nunzio Magro (XVII secolo) e della Passione di Cristo di Giuseppe Cortesi (XVIII secolo), un’icona di Cristo, di forma ottagonale, posta al centro della balconata dell’altare, ed il Cristo Risorto, dipinto sulla porticina del tabernacolo. Un reliquiario argenteo della Santa Croce del 1753 è custodito nella chiesa e viene mostrato in alcune ricorrenze come quella dell’anniversario dell’assedio franco-turco del 1553. Di fronte alla cappella del SS.mo Crocifisso nero era la cappella della Madonna del Maenza, fatta costruire dalla Collegiata nel 1786 e distrutta da un incendio nel 1988, la cui immagine del XVII secolo, dipinta su lavagna di piccole dimensioni, proveniente dalla non più esistente Chiesa di Santa Maria della Consolazione degli Angeli, si frammentò a contatto con il fuoco. Anche questa cappella, più ridotta dell’altra, era stata costruita in legno, compreso il tetto a cassettoni, ma oggi di essa non rimane che il ricordo. Nella chiesa sono degni di nota il fonte battesimale marmoreo di Gabriele da Como (XV secolo), il coro ligneo del presbiterio (XVIII secolo), i monumenti marmorei di alcuni canonici della Collegiata, gli altari marmorei laterali, le balaustre marmoree (XIX secolo), i simulacri lignei di San Sebastiano (XVII secolo), proveniente dalla distrutta chiesa omonima, dell’Immacolata o Cuore di Maria e di San Giuseppe con Bambino di Ignazio Spina (XIX secolo), di San Giuseppe Maria Tomasi (XX secolo), proclamato compatrono della città subito dopo la sua canonizzazione, la tavola dell’Adorazione dei pastori di Deodato Guinaccia (1572), la tela della Natività di Maria SS.ma di scuola fiamminga, di recente attribuita a Giovanni Portaluni (XVII secolo), le tele di Fra’ Felice da Sambuca (XVIII secolo) e gli affreschi realizzati da Raffaello Politi (1824) con la collaborazione di Giuseppe Spina.